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antica stampa dell’Aia (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Ogni volta che penso al mio viaggio in Olanda, mi ricordo le parole di Albert Camus nei panni di un  “giudice-penitente”, un anziano avvocato rifugiato in un bar malfamato di Amsterdam: “Mexico City”. Questo bar esisteva realmente. Camus ebbe l’occasione di entrarvi durante un soggiorno ad Amsterdam nel 1954. Mi sembra di sentire ancora la sua voce…

L’Olanda è un sogno, caro signore, un sogno d’oro e di fumo, più fumoso di giorno e più dorato di notte, e giorno e notte questo sogno è popolato di Lohengrin come questi, che trascorrono in sogno su nere biciclette dagli alti manubri, cigni neri che girano senza tregua  per tutto il paese, intorno ai mari, lungo i canali. Sognano con la testa nelle loro nuvole color di rame, girano in tondo, pregano, sonnambuli, nell’incenso dorato della nebbia: non sono più qui. Sono in viaggio  (…) l’Olanda non è soltanto l’Europa dei mercanti, ma il mare, il mare che porta a Cipango o alle isole in cui gli uomini muoiono pazzi e felici…“1 (Albert Camus, La caduta, Garzanti Editori, 1956, 1997, p.30 )

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Camus Albert Camus alla terrazza dei « Due Magots », Boulevard Saint-Germain, Parigi

Quanto tempo è passato dal mio ultimo viaggio a L’Aia? Solo sei mesi, eppure è come se fosse ieri…  Ricordo soprattutto un luogo ameno, verde e tranquillo,  a due passi dal Parlamento (Binnenhof) : davanti a me  brillava un lago solcato da anatre e spruzzi artificiali; dietro le mie spalle scivolava una strada silenziosa costeggiata da un filare di alberi e antiche case in pietra. Sto ancora sognando? Forse…

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L’Aia, il Parlamento (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Ben presto mi sono accorta  che l’Aia comprendeva due città. La prima, senza “incenso” né “nebbia”, dove i vetri splendevano, le strade debordavano di fiori così perfetti da sembrare artificiali, mentre i prati erano lisci come moquettes. La seconda più defilata,  ricca di suggestione, abitata da visi pallidi che sfrecciavano indifferenti travolgendo i passanti con i loro campanelli aggressivi.  Lo devo ammettere: l’Aia è una città quasi  “inamidata” (il contrario esatto di Roma), eppure impregnata di una bizzarra  e affascinante suggestione… come quelle antiche case dalla strane porte, sospese tra il presente e il passato, in uno stato di perenne veglia…
La stessa “veglia” di cui parlava Camus? O, al contrario, una veglia simile a quella in cui affonda la nostra Europa, nell’ attesa di un sogno che sembra non arrivare mai…? In questa fase incerta e violenta, forse non basta più il paradiso di un lago o di un’antica torre, i riflessi verdi di un canale o un quadro di Rembrandt, per continuare a credere alla verità dei sogni. Eppure, chi di noi non vorrebbe  fuggire, almeno una volta, dal suo vecchio nido? Chi non vorrebbe dimenticare la sua casetta di Barbie, il suo portaombrelli, il suo vecchio cuscino stropicciato e la bottiglietta  semivuota delle pillole? Chi non vorrebbe ritrovare il suo locus amoenus? E dunque, perché no? Nessuno mi impedisce di uscire dalla mia vecchia tana e andare all’Aia per una settimana!

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L’Aia riflessa in uno specchio. (cliccare sulla foto per ingrandirla)

La voce del giudice-penitente  del bar Mexico-City, risuona dietro le mie spalle : “Bella casa, vero? Le due teste che vede lassù, sono di schiavi negri. Un’insegna. La casa apparteneva a un commerciante di schiavi. Ah! si giocava a carte scoperte a quei tempi ! Le cose si prendevano di petto, si diceva: “Ecco, questa è casa mia, commercio in schiavi, vendo carne nera.” Lei si immagina qualcuno oggi annunciare pubblicamente che fa un mestiere simile? Che scandalo ! Li sento di qui i miei colleghi parigini. Perché su questo argomento sono irriducibili, non esiterebbero a lanciare due o tre manifesti, forse anche più ! pensandoci bene, metterei anch’io la mia firma sotto la loro; La schiavitù, ah, no, siamo contro ! Essere obbligati a impiantarla a casa propria o nelle fabbriche, bene, è nell’ordine delle cose, ma vantarsene è il colmo.” ( Nota 2 : La caduta, p.30, Garzanti,1958)

Cosa sono, in fondo, le “insegne” di La Haye, se non delle carte da visita ben documentate, con tanto di decori e svolazzi, come l’immagine su questa porta signorile :  une cicogna al centro di una griglia elaborata…
« Chissà chi abitava questa bella casa ! » penso, osservando quell’uccello benefico dalla silhouette elegante.

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« In una città straniera essere troppo curiosi a volte può essere pericoloso… » bisbiglia il giudice-penitente…
– No, non sono d’accordo, signore ! Per me viaggiare è osservare attentamente per poi ricavarne delle deduzioni e, qualche vota, delle scoperte… Da chi era abitata questa casa? Ebbene, guardando quella cicogna dal becco arancione, incoronata da ghirigori di ferro,  penso che sia stata proprio la padrona di casa a voler imprimere la sua immagine sulla porta… Forse è un genius loci che allude a una nascita giunta come una benedizione, un portafortuna in onore del nuovo arrivato… Guardi la porta ! Il legno è liscio, senza un grumo. È una casa molto antica, la famiglia che l’abitava doveva essere molto ricca. Chissà com’era la “mamma” del neo-nato. La padrona di casa…

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Ecco, questa potrebbe essere il tipo di dama cha abitava un tempo questa casa ! Una signora molto elegante, con guance rubizze e ben nutrite. E ricca: basta vedere il pizzo immacolato, l’anello al mignolo della mano sinistra e il braccialetto. La fede nuziale stranamente non si vede…
– Chissà com’è l’insegna della porta della casa accanto…? sbuffa il giudice penitente.

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– Questa porta mi piace un pò meno, anche se emana una grande forza, un senso di solidità. Non c’è da stupirsi: quella grossa testa di bue e quel vitellino sono le insegne di un macellaio arricchito. Padre e figlio uniti per l’eternità in cima a una scaletta su una solida pietra.
– Quest’uomo non doveva soffrire la fame !
– E stavolta come se lo immagina ? ridacchia il giudice-penitente.
– Soddisfatto, ricco e grassissimo !

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Giudice-penitente : – Avete esagerato ! Peserà ottanta chili… Che posa tracotante : di chi trasuda ricchezza da tutti i pori. E il vestito…
– La stoffa del nastro rosso attorno al pancione è di purissimo raso. Guardi che pappagorgia! Questo giovanotto è un divoratore di carne: carne di bue, di agnello, di porco, di gallina, di maiale, di tacchino, selvaggina e chi più ne ha, più ne metta… Le piace la mia immaginazione o vuole proporre un altro modello?
– Giudice-penitente : – No, sono soddisfatto, anche se questo trombone non mi è affatto simpatico… Guardate, c’è un’altra porta con un’insegna adatta a voi…

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– Giudice penitente : – Già, un mercante di schiavi o un mangiatore di pesce… Qualcuno che non ha paura del mare e della morte. Non lo vede? Il cielo è blu scuro, il mare è solcato da grandi onde grigio-verdi che sembrano traboccare oltre il riquadro dell’insegna con tutto il loro fragore, le vele bianche sono gonfie di vento. Quest’insegna è un poema « à lecture ralentie », « a Slow-reading poem. » A sinistra, in fondo, non vede quell’onda aguzza con la punta rossastra, simile a un vulcano lontano ? Mi ricorda qualcosa…

– La riconosco, è  la montagna del Purgatorio descritta nell’ “Inferno” da Dante Alighieri !  http://it.wikipedia.org/wiki/Inferno__Canto_ventiseiesimo#Racconto_dell.27ultimo_viaggio_di_Ulisse_-_vv._85-142                         Su quel veliero Ulisse ha parlato per l’ultima volta ai suoi compagni prima di affondare… Quest’insegna doveva appartenere a un uomo molto coraggioso forse diretto in Africa del Sud… o nell’ Oceano Indiano…

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– Mio dio, che faccia aggrottata ! Quest’insegna non richiede commenti.
Giudice-penitente: – Già…basta leggere la scritta là in alto…
– Sarebbe stato meglio scrivere la verità: “Non hai scampo !
– … la porta dell’inferno borghese: “attenti a voi ch’entrate…!

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giudice-pentente : – È un diavoletto con le corna…
– … che ride !
giudice-penitente: – Almeno questa insegna è sincera…
– Leggete la scritta in inglese : “ANCHE UN VECCHIO SPORCACCIONE HA BISOGNO D’AMORE !”
giudice-penitente:- Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità: il proprietario sarà stato un inglese o un americano, comunque uno « straniero » !

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Scheveningen sul « Noordzee » ( cliccare sulla foto per ingrandirla )

– Comincia a far freddo…

La porta della casa si apre. Ne esce un ometto simile al diavoletto che dice: – Perché non entrate un momento a scaldarvi ? poi sussurra dolcemente :

« Tuttavia stanotte potete riposare qui con me
su un giaciglio di verdi frasche ; abbiamo frutti maturi,
tenere castagne e latte rappreso in abbondanza.
E già lontano fumano i tetti dei casolari
e più lunghe dall’alto dei monti discendono le ombre. »

Hic tamen hanc mecum poteras noctem
fronde super viridi : sunt nobis mitia poma,
castaneae molles, et pressi copia lactis.
Et iam summa procul villarum culmina fumant,
maioresque cadunt altis de montibus umbre.

(Virgilio, Bucoliche, ecloga I- Titiro, vv.79-83, traduzione di Luca Canali, Rizzoli, BUR, 1978 )

NOTA 1: Albert Camus : La caduta, Garzanti,1958,1966 p.30, traduzione di Sergio Morando.

NOTA 1 : Albert Camus, La caduta, idem, p.12.

NOTA 2 : Albert Camus, La caduta,idem, p. 30

Nota 3 : Idem, La caduta, idemp. 13

Mexico-City - Version 2

Il bar “Mexico City”, l’Aia.

Claudia Patuzzi