Il piccolo diavolo ( buffe storie n. 15 )

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antica stampa dell’Aia (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Ogni volta che penso al mio viaggio in Olanda, mi ricordo le parole di Albert Camus nei panni di un  “giudice-penitente”, un anziano avvocato rifugiato in un bar malfamato di Amsterdam: “Mexico City”. Questo bar esisteva realmente. Camus ebbe l’occasione di entrarvi durante un soggiorno ad Amsterdam nel 1954. Mi sembra di sentire ancora la sua voce…

L’Olanda è un sogno, caro signore, un sogno d’oro e di fumo, più fumoso di giorno e più dorato di notte, e giorno e notte questo sogno è popolato di Lohengrin come questi, che trascorrono in sogno su nere biciclette dagli alti manubri, cigni neri che girano senza tregua  per tutto il paese, intorno ai mari, lungo i canali. Sognano con la testa nelle loro nuvole color di rame, girano in tondo, pregano, sonnambuli, nell’incenso dorato della nebbia: non sono più qui. Sono in viaggio  (…) l’Olanda non è soltanto l’Europa dei mercanti, ma il mare, il mare che porta a Cipango o alle isole in cui gli uomini muoiono pazzi e felici…“1 (Albert Camus, La caduta, Garzanti Editori, 1956, 1997, p.30 )

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Camus Albert Camus alla terrazza dei « Due Magots », Boulevard Saint-Germain, Parigi

Quanto tempo è passato dal mio ultimo viaggio a L’Aia? Solo sei mesi, eppure è come se fosse ieri…  Ricordo soprattutto un luogo ameno, verde e tranquillo,  a due passi dal Parlamento (Binnenhof) : davanti a me  brillava un lago solcato da anatre e spruzzi artificiali; dietro le mie spalle scivolava una strada silenziosa costeggiata da un filare di alberi e antiche case in pietra. Sto ancora sognando? Forse…

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L’Aia, il Parlamento (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Ben presto mi sono accorta  che l’Aia comprendeva due città. La prima, senza “incenso” né “nebbia”, dove i vetri splendevano, le strade debordavano di fiori così perfetti da sembrare artificiali, mentre i prati erano lisci come moquettes. La seconda più defilata,  ricca di suggestione, abitata da visi pallidi che sfrecciavano indifferenti travolgendo i passanti con i loro campanelli aggressivi.  Lo devo ammettere: l’Aia è una città quasi  “inamidata” (il contrario esatto di Roma), eppure impregnata di una bizzarra  e affascinante suggestione… come quelle antiche case dalla strane porte, sospese tra il presente e il passato, in uno stato di perenne veglia…
La stessa “veglia” di cui parlava Camus? O, al contrario, una veglia simile a quella in cui affonda la nostra Europa, nell’ attesa di un sogno che sembra non arrivare mai…? In questa fase incerta e violenta, forse non basta più il paradiso di un lago o di un’antica torre, i riflessi verdi di un canale o un quadro di Rembrandt, per continuare a credere alla verità dei sogni. Eppure, chi di noi non vorrebbe  fuggire, almeno una volta, dal suo vecchio nido? Chi non vorrebbe dimenticare la sua casetta di Barbie, il suo portaombrelli, il suo vecchio cuscino stropicciato e la bottiglietta  semivuota delle pillole? Chi non vorrebbe ritrovare il suo locus amoenus? E dunque, perché no? Nessuno mi impedisce di uscire dalla mia vecchia tana e andare all’Aia per una settimana!

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L’Aia riflessa in uno specchio. (cliccare sulla foto per ingrandirla)

La voce del giudice-penitente  del bar Mexico-City, risuona dietro le mie spalle : “Bella casa, vero? Le due teste che vede lassù, sono di schiavi negri. Un’insegna. La casa apparteneva a un commerciante di schiavi. Ah! si giocava a carte scoperte a quei tempi ! Le cose si prendevano di petto, si diceva: “Ecco, questa è casa mia, commercio in schiavi, vendo carne nera.” Lei si immagina qualcuno oggi annunciare pubblicamente che fa un mestiere simile? Che scandalo ! Li sento di qui i miei colleghi parigini. Perché su questo argomento sono irriducibili, non esiterebbero a lanciare due o tre manifesti, forse anche più ! pensandoci bene, metterei anch’io la mia firma sotto la loro; La schiavitù, ah, no, siamo contro ! Essere obbligati a impiantarla a casa propria o nelle fabbriche, bene, è nell’ordine delle cose, ma vantarsene è il colmo.” ( Nota 2 : La caduta, p.30, Garzanti,1958)

Cosa sono, in fondo, le “insegne” di La Haye, se non delle carte da visita ben documentate, con tanto di decori e svolazzi, come l’immagine su questa porta signorile :  une cicogna al centro di una griglia elaborata…
« Chissà chi abitava questa bella casa ! » penso, osservando quell’uccello benefico dalla silhouette elegante.

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« In una città straniera essere troppo curiosi a volte può essere pericoloso… » bisbiglia il giudice-penitente…
– No, non sono d’accordo, signore ! Per me viaggiare è osservare attentamente per poi ricavarne delle deduzioni e, qualche vota, delle scoperte… Da chi era abitata questa casa? Ebbene, guardando quella cicogna dal becco arancione, incoronata da ghirigori di ferro,  penso che sia stata proprio la padrona di casa a voler imprimere la sua immagine sulla porta… Forse è un genius loci che allude a una nascita giunta come una benedizione, un portafortuna in onore del nuovo arrivato… Guardi la porta ! Il legno è liscio, senza un grumo. È una casa molto antica, la famiglia che l’abitava doveva essere molto ricca. Chissà com’era la “mamma” del neo-nato. La padrona di casa…

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Ecco, questa potrebbe essere il tipo di dama cha abitava un tempo questa casa ! Una signora molto elegante, con guance rubizze e ben nutrite. E ricca: basta vedere il pizzo immacolato, l’anello al mignolo della mano sinistra e il braccialetto. La fede nuziale stranamente non si vede…
– Chissà com’è l’insegna della porta della casa accanto…? sbuffa il giudice penitente.

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– Questa porta mi piace un pò meno, anche se emana una grande forza, un senso di solidità. Non c’è da stupirsi: quella grossa testa di bue e quel vitellino sono le insegne di un macellaio arricchito. Padre e figlio uniti per l’eternità in cima a una scaletta su una solida pietra.
– Quest’uomo non doveva soffrire la fame !
– E stavolta come se lo immagina ? ridacchia il giudice-penitente.
– Soddisfatto, ricco e grassissimo !

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Giudice-penitente : – Avete esagerato ! Peserà ottanta chili… Che posa tracotante : di chi trasuda ricchezza da tutti i pori. E il vestito…
– La stoffa del nastro rosso attorno al pancione è di purissimo raso. Guardi che pappagorgia! Questo giovanotto è un divoratore di carne: carne di bue, di agnello, di porco, di gallina, di maiale, di tacchino, selvaggina e chi più ne ha, più ne metta… Le piace la mia immaginazione o vuole proporre un altro modello?
– Giudice-penitente : – No, sono soddisfatto, anche se questo trombone non mi è affatto simpatico… Guardate, c’è un’altra porta con un’insegna adatta a voi…

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– Giudice penitente : – Già, un mercante di schiavi o un mangiatore di pesce… Qualcuno che non ha paura del mare e della morte. Non lo vede? Il cielo è blu scuro, il mare è solcato da grandi onde grigio-verdi che sembrano traboccare oltre il riquadro dell’insegna con tutto il loro fragore, le vele bianche sono gonfie di vento. Quest’insegna è un poema « à lecture ralentie », « a Slow-reading poem. » A sinistra, in fondo, non vede quell’onda aguzza con la punta rossastra, simile a un vulcano lontano ? Mi ricorda qualcosa…

– La riconosco, è  la montagna del Purgatorio descritta nell’ “Inferno” da Dante Alighieri !  http://it.wikipedia.org/wiki/Inferno__Canto_ventiseiesimo#Racconto_dell.27ultimo_viaggio_di_Ulisse_-_vv._85-142                         Su quel veliero Ulisse ha parlato per l’ultima volta ai suoi compagni prima di affondare… Quest’insegna doveva appartenere a un uomo molto coraggioso forse diretto in Africa del Sud… o nell’ Oceano Indiano…

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– Mio dio, che faccia aggrottata ! Quest’insegna non richiede commenti.
Giudice-penitente: – Già…basta leggere la scritta là in alto…
– Sarebbe stato meglio scrivere la verità: “Non hai scampo !
– … la porta dell’inferno borghese: “attenti a voi ch’entrate…!

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giudice-pentente : – È un diavoletto con le corna…
– … che ride !
giudice-penitente: – Almeno questa insegna è sincera…
– Leggete la scritta in inglese : “ANCHE UN VECCHIO SPORCACCIONE HA BISOGNO D’AMORE !”
giudice-penitente:- Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità: il proprietario sarà stato un inglese o un americano, comunque uno « straniero » !

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Scheveningen sul « Noordzee » ( cliccare sulla foto per ingrandirla )

– Comincia a far freddo…

La porta della casa si apre. Ne esce un ometto simile al diavoletto che dice: – Perché non entrate un momento a scaldarvi ? poi sussurra dolcemente :

« Tuttavia stanotte potete riposare qui con me
su un giaciglio di verdi frasche ; abbiamo frutti maturi,
tenere castagne e latte rappreso in abbondanza.
E già lontano fumano i tetti dei casolari
e più lunghe dall’alto dei monti discendono le ombre. »

Hic tamen hanc mecum poteras noctem
fronde super viridi : sunt nobis mitia poma,
castaneae molles, et pressi copia lactis.
Et iam summa procul villarum culmina fumant,
maioresque cadunt altis de montibus umbre.

(Virgilio, Bucoliche, ecloga I- Titiro, vv.79-83, traduzione di Luca Canali, Rizzoli, BUR, 1978 )

NOTA 1: Albert Camus : La caduta, Garzanti,1958,1966 p.30, traduzione di Sergio Morando.

NOTA 1 : Albert Camus, La caduta, idem, p.12.

NOTA 2 : Albert Camus, La caduta,idem, p. 30

Nota 3 : Idem, La caduta, idemp. 13

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Il bar “Mexico City”, l’Aia.

Claudia Patuzzi

Piccolo elogio della solidità (poesie n.1)

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Mela180

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Piccolo elogio della solidità

Il mio corpo.
I miei occhi.
Un tronco d’albero.
Una mela su una mensola.

Poter toccare, annusare,
assaporare
poterne sentire lo spessore
– liscio, ruvido,
duro, morbido –
poter percepire
la forma, l’alone inebriante
del loro odore
l’invisibile polvere
che li assedia
l’ombra certa
che accompagna ab aeterno
la nebbia assurda
del loro mistero.

Poter sentire
la solidità del mare e del sole,
la ferrea cangiante spirale
dei colori
la forza incessante
dell’acqua, del calore,
nel caleidoscopio delle illusioni
e della realtà.

Infine, la carezza
delle piccole cose quotidiane
(impassibili soldatini
di piombo)
testimoni benevole
del nostro scivolare
impercettibile…

Lode a te, solidità,
gran teatro del mondo !

Albero180

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Claudia Patuzzi

Perché no ? (buffe storie n. 14)

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« O graziosa luna, or mi rammento / Che , or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti (…) E pur mi giova/ la ricordanza, e il noverar l’etate/ Del mio dolore … » dice Leopardi ricordando  il suo dolore passato. E continua : « Oh come grato occorre, nel tempo giovanil … /Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri ! ». (“Alla luna”, Piccoli idilli, XIV, 1927)

Sono d’accordo con Leopardi. Ma quale valore ha la “rimembranza” quando si vive in  décalage, in un altro paese, in un’altra città? Da quando sono a Parigi il presente e il futuro si sono subdolamente insinuati in alcuni ricordi, allentando la rete, tessendo nuovi intrecci, scavando fori impercettibili in quell’antico e prezioso tessuto.  La città nuova grida a pieni polmoni il suo nome e la sua volontà,  s’insinua nella serratura della porta, batte seducente sui vetri, tremola minacciosa nel caminetto e, con una folata di vento, mi scompiglia le idee e i capelli in un corpo-a-corpo quotidiano. Dai suoi verdi colli, Roma ci guarda con l’indifferenza  di una signora grassa e compiaciuta. « Fate, fate pure, io sono sempre la stessa… » pensa, sdraiata sul tramonto rosso sangue come un’ immensa donna di pietra, sazia e immutabile…
Oggi, per caso, un ricordo è sfuggito all’assedio parigino. Stavo vagando per il X Arrondissement quando ho visto la vetrina di un’agenzia di viaggi : un gigantesco puzzle dell’Europa…

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« Da quanto tempo non viaggio ? » mi sono chiesta. « Certo, Parigi non è solo un’unica città, ma un insieme di città-quartieri diversi, ognuno con una personalità propria, per architettura, abitanti, posizione… anche l’aria e il sole e il cielo sono differenti da quartiere a quartiere… è una capitale fatta di tanti paesi diversi : “un puzzle”. «Che bisogno c’è di viaggiare ? » mi dico, mentre un’altra voce continua a bisbigliare : « E se invece uscissi da Parigi ? »
Uff ! decido di non pensarci e proseguo sullo stesso marciapiede. Poco dopo costeggio un enorme negozio di macchine dove campeggia una sola automobile. La osservo esterrefatta : quella macchina lucida come uno specchio, ha la stessa inaccesibilità di un grosso diamante su un baldacchino rivestito di seta rossa nella gioielleria di Bulgari.

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Mi vergogno del mio entusiasmo consumista. Da quando mi sono trasferita a Parigi ho smesso di guidare, incantata dal metrò e dall’efficienza dei grandi marciapiedi parigini e dei suoi bus pieni di vecchiette. Prima di partire ho venduto la mia ultima macchina, una « Ford-Ka » nera più veloce di un puledro … Improvvisamente mi ricordo della mia vecchia FIAT500, fedele e immortale, avuta come premio a diciotto anni…

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Roma, Corso Vittorio (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Quante corse, insieme al mio cane Grog,  sulle panoramica di monte Mario ! Quanti incidenti notturni e sfuriate dei miei genitori … Guardando la jauguar mi vedo come sono adesso : ridotta allo stato pedonale, scarpe basse, occhiali da sole antiriflesso, un basco, un mini-ombrello, uno zaino capiente, i tickets della metro nelle tasche… La nostalgia di quelle quattro vecchie ruote mi stringe il cuore. E se comprassi una macchina ? No, non certo una jaguar, ma una macchina economica usata o un vecchio furgone dipinto come un pellerossa… Per un istante mi vedo in Bretagna, a Saint Malo, a l’Ile de Roi, in Lapponia, a Berlino, nell’isola frisone di Sylt , in Danimarca, a Gand o in Scozia, … ma l’incanto dura poco. Un omino  (forse la mia coscienza) mi guarda severo  dicendomi : « Non ti vergogni,  smettila! »

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Sulla via del ritorno mi accorgo che il Paradiso non è poi così lontano ; anzi, è a portata di mano. Perché spendere soldi ? Imbastire sogni grandiosi ?  Basta così poco per  accedervi: aprire una porta ed entrare da Maurice, nella sua cucina !

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… o dal boukiniste du rue de Vinaigriers, perdersi in quelle vecchie pagine scritte,  in quei libri ancora vivi di impronte umane, nelle loro immagini e disegni…  incunaboli di tante piccole lune leopardiane, ogni volta diverse e seducenti, ricorrenti e antiche…

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« Per viaggiare non serve lasciare Parigi… » penso, mentre salgo la vecchia scala di legno e apro la porta di casa. Ma una vocina impertinente continua a stuzzicarmi : « Forse un altro giorno, perché no ? »

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Claudia patuzzi

Viaggio all’inferno (Buffe storie n. 13)

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Così scendemmo nella quarta lacca… “- “Et nous passâmes dans la quatrième fosse“(Dante Alighieri, La Divina commedia, Inferno, canto VII, v.16)
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Da quanto tempo stiamo scendendo le scale? Forse un’ora o più… Io e il mio occasionale compagno di viaggio siamo due corpi spinti verso il basso da un’ineluttabile forza di gravità;  due burattini costretti a scender fianco a fianco verso un parcheggio che non arriva mai, su una scala che non finisce mai…  Scendiamo in silenzio, le braccia lungo i fianchi, senza correre. Come se fosse una passeggiata. Come se il parcheggio fosse a due passi, proprio dietro l’angolo. Inspiro l’aria: è secca e senza polvere. La luce al neon fa risplendere i colori:  il corrimano dipinto di rosso e il linoleum arancione sembrano nuovi di zecca…
“Questa scala è una maledizione…” brontola il mio compagno, poi aggiunge: “meglio tornare indietro!”
“Sei pazzo, lo sai che non si può!”
Ho dimenticato di dirvi un particolare importante: non ci sono scale dietro di noi! Man mano che  scendiamo, le scale  superiori impallidiscono sempre più, lasciando al loro posto uno strascico grigio scuro e un imbuto vuoto, simile a un gorgo. Per questo non risaliamo le scale e non ci voltiamo più indietro: per non impazzire e perché possiamo solo scendere… In fondo, la vita, non ha, anche lei,  un’unica direzione e un’unica fine?
Lo so,il mio compagno parla poco e ha il respiro pesante, ma essere  “in due” – la cosiddetta coppia –  è meglio della solitudine: marito e moglie, madre e figlio, zia e nipote, Stanlio e Onlio, Don Chisciotte e Sancho Panza, Topolino e Pippo, Dante e Virgilio… Chi li può dimenticare? Spesso gli opposti si incontrano. Guardo con riconoscenza lo sconosciuto al mio fianco: se non ci fosse lui come potrei proseguire?

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“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate!” “Vous qui entrez laissez toute espérance!” (Dante Alighieri: La Divina Commedia, Inferno, III, v.9 )  

Adesso la scala ha cambiato colore: da arancione è diventata rossa, il corrimano marrone. A che servono tutti questi colori ? Ad alleviare la claustrofobia? A far dimenticare l’assenza di finestre e di porte? Siamo prigionieri di un bunker? Il silenzio è invisibile, ma pesante… Ecco a cosa servono questi colori brillanti: a distrarci da questo silenzio irreale, dall’ anonimato “inumano” di questo non-luogo – un enorme parcheggio sotterraneo nei pressi della Gare de Lyon – uno dei tanti che nel nostro pianeta formano la cosiddetta “antropologia del quotidiano” (stazioni, aeroporti, macchine, treni, aerei, supermercati, parcheggi, stazioni,autostrade, le grandi catene alberghiere, i campi di transito per i rifugiati del pianeta, etc) esaminata da Marc Augé, nel suo famoso libro intitolato “non luoghi (Seuil, 1992), un neologismo introdotto dall’autore stesso.

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“…pigliando più della dolente ripa” –  “…entrant toujours plus loin dans cette triste pente” (Inferno, canto VII, v. 17) (cliquer sur la photo pour l’agrandir)

La scala successiva è sempre metallica, ma dipinta di un azzurro acceso. La parete, invece,  è dipinta di giallo pallido. Fa la sua comparsa una strana griglia di ferro, che ci rende ottimisti: forse stiamo arrivando al parcheggio… La scala successiva ha un linoleum giallo chiaro… “Non ci sono sbocchi, la discesa continua!”

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“Per me si va nella città dolente” – “Pour moi on va dans la cité dolente”    (La Divine  Comédie,l’Enfer, chant III, v.1)

Finalmente una porta ! È una porta dipinta di verde” con un “oblò” al centro. La parete  è gialla e il linoleum blu. Cerco di sbirciare oltre l’oblò. Riesco a intravedere uno spazio molto ristretto e un’altra porta, dal lato opposto, identica a questa. Un mondo parallelo? Un castello di Atlante? L’ennesima illusione? Uno specchio?

Ormai sono convinto che più si scende, più i colori si sbizzarriscono. In preda alla rabbia,  corro contro la porta con tutta la forza possibile, ma, alla fine, sono costretto a cedere: la maniglia è bloccata e la porta è di ferro.  Il mio compagno interviene in mio aiuto. “Ti faccio vedere io di cosa sono capace!”, dice, poi si getta contro la porta con tutto il suo peso. Niente da fare. La porta è chiusa. Ci guardiamo tutti e due senza speranza.

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Ormai depressi, ci dirigiamo lentamente verso un corridoio, sulla destra, quando ci appare  una porticina metallica completamente aperta e dietro di lei, più splendente della stella di Giacobbe o di Davide, la scritta “USCITA”-“SORTIE” in lettere cubitali, raggiante come una cometa in un cielo estivo di agosto… Il resto è facile da immaginare. La storia, lo ammetto, sembra  scivolare  in discesa, verso lo sciropposo happy end made in USA…o “lieto fine”.

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“E quindi uscimmo a riveder le stelle.” – “Et par là nous sortîmes, à revoir les étoiles.” (Inferno, canto XXXIV,v.139)

Ma chi vorrebbe rifiutare a se stesso un lieto fine? Una vita discreta e appagata? Una  “bella” morte? Quanto a me ho avuto la mia freccia dorata cha mi ha portato direttamente a casa… Una stella cometa.

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“O frati”…considerate vostra semenza; fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza.” – “O frères…Considérez votre semence : vous ne fûtes pas faits pour vivre comme des bêtes, mais pour suivre vertu et connaissance”
(La Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, vv. 118-120)

Quando riapro gli occhi, il chiarore della luce mi acceca. Riesco a intravedere qualcosa di nero, degli stracci, forse dei sacchi, due macchie chiare simili a dita, due ginocchia rattrappite… Un essere umano? Un clochard?

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Foto di Claudia Patuzzi (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Ora riesco a vedere il Leone solenne che veglia possente sul capo di questa povera “bestia” umana, degradata e disperata, senza casa… Nasconde la testa tra le braccia per ripararla da qualcosa. Come ho potuto dimenticarmene? Come ho potuto ignorare la sua solitudine? Forse la corsa sulle scale era solo un trucco, un modo per non vedere la realtà…una fuga. Forse questo che vedo, anche se terribile, non è l’inferno. Questa solitudine, questa degradazione e resistenza fa parte della mia vita; anzi, “è” la vita.

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Foto di Claudia Patuzzi (cliccare per ingrandirla)

La mia visione si fa sempre più chiara: adesso distinguo nettamente il luccichio della pioggia sul marciapiede e la via sulla destra: è rue de Vinaigriers, a due passi dai Garibaldiens e dalle scalette che portano al Canal Saint Martin. Mi sembra di sentire il rumore dell’acqua… Quando ho visto questo “luogo-luogo” per la prima volta, diversi anni fa, ne rimasi folgorata. Era quello “il” luogo in cui avrei voluto vivere il resto della mia vita… Il sogno fu esaudito.

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Quando arrivo, la casa mi sembra diversa. Non ha più i lustres di cristallo o la prosopopea vecchiotta e pomposa dei palazzi di Haussmann, ma il grigiore tranquillo di una tana, dove ogni tanto passeggiano, su e giù sulle pareti o tra colonne di libri, delle scherzose lucertole… o una banale macchia d’unto. Una casa-tana, insomma! Né troppo, né troppo poco. Né non-luogo, né super-luogo.  Né Inferno, né Paradiso, ma una via di mezzo: un Purgatorio così umano da sembrare bello.

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Claudia Patuzzi

Una giornata normale (buffe storie n. 12)

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« Devo comprare il pane… » mi dico.

Prima di uscire lancio un’occhiata fuori della finestra : il cielo grigio è una ragnatela intessuta di rami stecchiti, privi di foglie.

“È normale” mi dico, “è l’inizio dell’inverno…”

Anche le case di fronte hanno qualcosa di strano. Sembrano storte e irreali…

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Sul marciapiede,  una donna mi strattona.

« Non è niente, è normale » mi dico, massaggiando la mano indolenzita.

Un odore di  frittura  bollente proveniente dal ristorante spagnolo  s’insinua nell’aria.

«  Tapas ? »

Lo stomaco mi si contrae.

« É normale » mi dico, « è l’una passata. »

Sfioro un buchetto affollato, pieno di  bicchieri colorati e sillabe strane. Odori di salse carammellate. Salsa di soia.

« È normale, mi dico, è il ristorante cinese. »

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« Accidenti, devo ancora comprare il pane… » mi dico, mentre guardo un bambino accucciato per terra…

« Poveretto, forse è stato sgridato o punito ! »

Poi ci ripenso : « Ma no, è normale, forse è solo stanco e si sta riposando… »

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Sull’altro lato della strada un tizio cerca di aprire una serranda. Anche lui ha qualcosa di strano. Non sembra reale. Ma che vuol dire «reale ?»

« Perché perdere tempo? É normale sollevare una serranda arrugginita…» mi dico con poca convinzione… “E se non ce la fa ?”

Affretto il passo, guardando dritto davanti a me, affaccendato come tutti.

“É normale” mi dico, “non ho tempo.”

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Dopo dieci metri ricomincio a respirare… “Sono libero !”

Ma lo sono davvero o è solo un’illusione? A volte mi lascio trascinare verso ciò che non voglio vedere né incontrare. Il  buco nero nascosto in fondo alla mia mente ? Lo sconosciuto abitante abusivo dei miei pensieri ? Il guardiano oscuro della normalità ? Un losco figuro ? Un clochard ?

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« Di questi tempi la disperazione fa parte della normalità » mi dico « dovunque, nel mondo, è la stessa cosa…gente senza casa, né lavoro, né cibo… »

Di colpo non ho più fame, ma solo una gran voglia di astrarmi, di leggere. In preda a uno slancio improvviso, m’incammino verso una rinomata libreria  nel cuore di un antico quartiere.

Venti minuti dopo sono avvolto dall’odore rassicurante del legno e dei libri. Sono un bambino vecchio confortato dal peso del passato, tra stampe illustrate, libri antichi e una commessa di mezza che parla a bassa voce…

« Ecco, qui tutto sembra normale!»

Quanto costa?

“30 euro”.

– No, grazie, troppo caro… sussurro uscendo. “Ma dove sto andando”?

« Psst ! »

« Chi è ? » Batto la testa contro un pilone. Un uomo orredo e barbuto mi fa l’occhiolino.

« Non l’ho mai visto prima… » mi dico, « No, questo tizio non è normale ! É un abitante del quartiere o un disgraziato scappato da Lampedusa ?».

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Mi guardo intorno. Non riconosco più il quartiere, anche se è sempre lo stesso. I miei occhi continuano a guardare ogni dettaglio, mettendo a nudo ogni stridore. É come se ogni immagine fosse messa a fuoco da un’ecografia e ogni cosa « normale » nascondesse un doppio strato. Una densità incredibile di significati. Un’esistenza sovraffollata  dal respiro ansioso dei diseredati del nostro tempo…

È passata mezz’ora. Sono nel panico : non so più dove mi trovo. Mi sono perso. Il silenzio è rotto solo da un rumore d’acqua. Una fontana ? Mio dio, senza accorgermene, sono arrivato al canale Saint Martin…

Una voce, proveninete da un uomo enorme steso sul muro del ponte  sussurra :

« Aiutami ! »

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« Aiutami ad alzarmi ! » grida ancora l’uomo.

Vado in cerca di aiuto ma non vedo altro che mostri… La case hanno delle facce vive e dolenti, con occhi e bocche mostruose… La gente mi guarda in modo strano, come se non fossi normale…

« No, questa non è proprio una giornata normale… » penso, mentre corro a perdifiato verso casa senza aver comprato il pane.

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Quando apro la porta il mio cane mi fa le feste. Emetto un gran sospiro di sollievo.

« Finalmente sono al sicuro, tutto è ritornato normale ! »

Ma ho ancora un dubbio : “Dove mangiare ? Dal cinese o dallo spagnolo o a casa, senza pane, in compagnia del cane?”

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PS. Qualche nota sul concetto di normalità (da « norma=regola= essere/vivere secondo la regola generale) ; normalità relativa : non esiste una normalità assoluta. Tutto varia nello spazio, nel tempo e nella mente.

Claudia Patuzzi

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011_Interface – (buffe storie n. 11)

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disegno di Claudia Patuzzi (cliccare sulla foto per ingrandirla)

LIBRI LIBRI LIBRI BOOKS LIVRES….

Il mistero seducente dei libri continuerà a sedurci. La « biblioteca », immaginaria e reale, di un lettore accanito come Borges lo conferma – anche se i suoi interrogativi sul relativismo ne mettono in luce la soggettività transitoria e consolatoria.  La carta, le papier, continueranno ad affascinare il tatto : il fruscio della pagina sulla pelle, la pressione di una matita su una parola-amo, un appunto, una piccola x per non dimenticare un’osservazione o una citazione …l’immagine della copertina, il suo particolare imprinting, fisico, lucido, opaco, colorato o scarno… il peso del volume nelle nostre mani, la sua capacità di scivolare in una borsetta durante un viaggio, come un bambino temporaneamente addormentato tra un’infinità di aggettivi e negazioni, puntini sospensivi, richiami, esclamazioni. E, per ultimo, l’incanto di una libreria-biblioteca, il suo silenzio ovattato, il colore caldo del legno, l’odore leggermente secco e polveroso degli scaffali zeppi di libri, il vagare in un labirinto vivente che la nostra mano potrà percorrere liberamente…

No, non si può delegare tutto allo “sguardo”, soltanto agli occhi… il libro ci “aspetta” ancora, paziente, senza fretta, e noi lo sappiamo… È vero, anche la tablette, l’i-book,  ci aspetta, ma è soprattutto l’occhio che ne é catturato mentre la velocità di lettura aumenta. Le frasi scivolano via più facilmente, sembrano volare. Avvisi della rete si mescolano, con i loro richiami di sirene. Sulla tablette le frasi si possono “salvare”, “ricopiare”, senza matita, senza fatica. Tanti clic clic di cacciatori di parole, versi, frasi, battute, citazioni. Tutto può essere copiato. La lettura silenziosa, nella mia mente e nel mio cuore, invece, è unica, irreversibile, mescolata alla memoria e a un sistema di relazioni (fisiche, personali e culturali) che sono parte di noi stessi.

Insomma, eccoci arrivati al crocevia di un mondo. Stampa scritta/ universo virtuale numerico. Durata eterna del papier o velocità di masse verbali continue sulla rete ? Chi vincerà la battaglia? Nessuno, credo. I due resteranno a guardarsi l’un l’altro nel medesimo specchio. Quello specchio siamo noi, esseri umani naturali, biologicamente determinati da una durata limitata. Rete e libro resisteranno dopo di noi. Come possiamo contribuire a questo universo? Leggendo leggendo leggendo e, se lo si sente veramente (senza velleità né mode) scrivendo se stessi (non un “biografia”) ma l’imprinting della nostra vita sulla terra. L’unica cosa che abbiamo: la vita.

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Librerie Tropisme, Galeries Saint-Hubert, Bruxelles.

Claudia Patuzzi

010_L’uomo-albero (buffe storie n. 10)

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Disegno a china di Claudia Patuzzi

La stanza da letto è immersa nella penombra domenicale. Il momento sacro in cui il sonno non ha rivali. L’attimo eterno in cui i sogni perdurano sulla retina come una rete impalpabile e dove il corpo non ha peso. L’istante in cui la morte apparente scompare e lo sguardo vaga nel vuoto in un interregno tra sogno e realtà. Per quanto tempo? Nessuno è in grado di determinarlo con certezza. Può durare un solo istante, dieci secondi o addirittura diversi minuti… Per questo esistono le favole. Per salvarci da quell’interregno vagabondo, intriso di vita e di morte. Per donarci un pizzico di vana eternità con lo zucchero a velo d’un lieto fine. Da qualche parte una voce lontana canticchia un motivetto, mentre il ronzio di una mosca dilata lo spazio invisibile.

« È domenica, sto ancora dormendo » mi sono detta. Delle strisce di luce, sfuggite ai drappeggi della tenda, si riflettono sulla parete di fronte in un variegato gioco di ombre : un grande schermo in cui il nero, il grigio e il bianco disegnano uno strano bosco, simile a una giungla o un labirinto senza uscita. Cosa sto guardando? La storia della mia vita in formato cinemascope? Un sussurrio quasi umano, seguito da un fruscio impalpabile, fa tremare l’aria ferma della stanza, modulando delle strane parole : « …ci mettemmo per un bosco che da neun sentiero era segnato. Non fronda verde, ma di color fosco ; non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti ; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco… »[1]

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Disegno a china di Claudia patuzzi

« Io sentia d’ogni parte trarre guai/ e non vedea persona ch’il facesse ; per ch’io tutto smarrito m’arrestai… »[2] mi sussurra una voce dalla parete di fronte. Se osservo lo schermo con attenzione riesco a intravedere, tra un groviglio inestricabile, due rami spogli, contorti e nodosi,  che si protendono nel vuoto come un braccio e una mano in cerca di aiuto. Più in basso, sulla destra, appena percebile dentro un intrico confuso di foglie e di spine,  scopro un volto disincarnato…No, non è il viso di un uomo, ma di un essere dendriforme… un uomo-albero ! Un albero con degli occhi, un naso, una bocca, ma soffocato da spine, rovi, stecchi e contorto da un dolore indicibile. Un strano filo  gli scivola dalle labbra verso il bordo dello schermo…

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Disegno a china di Claudia Patuzzi

« Perché mi scerpi ? Non hai tu spirto di pietade alcuni ? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. »[4]

 In questo momento l’immagine dello schermo si è notevolmente ingrandita. Ora posso osservare il percorso di quel  « filo » misterioso ! Si sta dirigendo verso un uomo di nobile aspetto, che ascolta la storia dell’uomo-albero con profonda commozione. Le loro labbra  sono incatenate da quel flusso verbale silenzioso che li accomuna in unico destino insieme alle gocce rosse di sangue che cadono ritmicamente , una a una…. Mi guardo intorno. Un vociare di ragazzini  rimbomba nella corte. L’aria della stanza sembra tremare, smossa da un soffio triste. Un soffio simile a un alfabeto. Un filo di parole. Una storia vissuta. Un lien indissolubile. Ho un brivido. Adesso ricordo! Sto assistendo a un dialogo tra spiriti eletti, tra due vittime unite da uno stesso tragico destino e da un’ingiusta condanna : l’esilio perpetuo per Dante Alighieri, la prigione e il suicidio per Pier delle Vigne[3]. Dante Alighieri (l’uomo ben vestito e di nobile aspetto) tiene tra le mani un rametto violentemente strappato dal tronco dell’uomo-albero. Un fiotto di sangue fuoriesce dal ramo reciso, mentre lo sfondo bianco dello schermo diviene sempre più rosso. Il rosso acceso del sangue umano…

« Come d’un stizzo verde ch’arso sia da l’un de’ capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì della scheggia rotta usciva insieme  parole e sangue… »[5]

Com’è rosso e vivo, quel sangue mescolato alle parole ! E l’arte ? La scrittura ? Non sono anche loro dei corpi viventi come i nostri ? Direi di più : la scrittura è pensiero-sensazione-realtà in perenne metamorfosi, il lien più potente della terra, capace di abbattere i confini tra sogno e realtà, realtà e tempo… creando parole cariche di sangue, di profumo, nostalgia, odori, suoni, ingiustizie…

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Disegno a china di Claudia Patuzzi

Sto seduta sul letto davanti a un cinemascope americano a colori inciso con meticolosa esattezza dal genio cerebrale di un Kubrick. Sono a due passi dall’inferno, ma i due protagonisti non si accorgono di me. Continuano a  guardarsi negli occhi ab aeterno, bloccati per sempre in quella tragica scena segnata da un semplice filo d’inchiostro. Forse mi basterebbe un passo, solo un passo per raggiungerli…

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Quando mi sono risvegliata sul letto, avevo questo rametto chiuso tra le mani. Forse, non è stato un sogno o forse sono entrata in un’altra storia, in un altro mondo sempre più globalizzato : quella di Polidoro, di Dafne o, più semplicemente, quella di uno di noi…

Claudia Patuzzi


[1] Dante Alighieri, Divina commedia, Inferno, Canto XIII, 7° cerchio, vv.4-6. Siamo nel  2° girone, quello dei suicidi, trasformati in alberi che parlano e si lamentano.Dante incontra Pier delle Vigne nella foresta dei suicidi, trasformati in alberi che parlano e gemono.

[2] Ibidem, vv. 22-24.

[3] « Ministro dell’imperatore Federico II di Svevia, celebre gurista et poeta, fu famoso per la sua eloquenza retorica. Accusato di tradimento, condannato alla prigione, accecato,  si suicidò, secondo alcuni (e secondo Dante stesso), pur essendo innocente dei suoi crimini.

[4] Ibidem, vv. 35-37.

[5] Ibidem, v.40-44 .

Claudia Patuzzi

009_La parete cieca (buffe storie n. 9)

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La parete cieca

Un giorno, nei miei vagabondaggi ho incontrato questa parete spaccata, alta e larga come una torre medievale.  Mi è apparsa davanti in tutta la sua assurda violenza. Di ciò che era un tempo, – centocinquanta anni fa o più – non resta che una fetta di torta  incisa da un coltello. Una ferita assurda. Un castello di sabbia distrutto con una manata da un bambino viziato.

Adesso non resta che questo muro di mattoni, sospeso nel vuoto, senza finestre e balconi : « murato vivo ».

Queste pareti amputate come braccia e gambe incancrenite, sono le figlie illegittime dei palazzi hausmanniani che costeggiano pomposi i boulevards. Le loro cicatrici oscene sono il risultato di sventramenti urbanistici dettati da una pratica, quanto inesorabile, razionalità. Haussmann

Grazie a questa « razionalità » le macchine possono oggi circolare per Parigi senza pericolosi ingorghi.

Ma il muro, come tantissimi altri, è sempre lì che ci guarda,  con la sua pietosa amputazione…  

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La cicogna

Ma che c’è lassù in alto a sinistra ? Mi sembra ci sia qualcosa… ma sì, è una cicogna dal becco arancione che s’inerpica con le bianche ali verso un camino immaginario. Forse sta cercando un bambino.

Qualcuno, mosso da pietà per quel muro spoglio e vuoto, ha dipinto questo piccolo miracolo…

Ma dove guarda il muro ? Mi volto e trovo una sorpresa insperata.  Proprio davanti al muro, dietro una cancellata dipinta di verde, c’è un piccolo giardino e una chiesa con un albero verde-oro, invaso da piccioni golosi…

Mi ricorda qualcosa. La favola della « Bella e la bestia » ?

O che le città sono mappe cangianti e sempre diverse della nostra vita  e di quella degli altri?

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L’albero d’oro

Le strade  (Las calles) da « Fervor de Buenos Aires » (1923) in  Carme presunto, e altre poesie, Mondadori, Oscar, 1972

“Ormai le strade di Buenos Aires
sono le viscere dell ‘anima mia.
Non le strade veementi
assillate da smanie e trambusto,
ma la dolce strada dei sobborghi
trepida di penombra e di crepuscolo
e quelle più fuori mano
scevre di alberi pietosi,
dove austere casette si avventurano appena,
offuscate da lontananze immortali,
a disperdersi nella fonda visione
fatta di gran pianura e maggior cielo.
Tutte costoro sono per il bramoso d’anime
un pegno di ventura,
giacché al loro riparo tante esistenze si affratellano
sconfessando la prigionia delle case
e fra esse con eroica volontà d’inganno
procede la nostra speranza…”

Jorge Luis Borges

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Chiesa con ringhiera

Claudia Patuzzi

008_L’anti-Dürer (buffe storie n.8)

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L’ Indeciso  (disegno di Claudia Patuzzi)

L’INDECISO : “Chi sono?” Amletica questione. Ci sono delle mattine in cui mi perdo in una rete di dubbi. Sono perennemente indeciso. La tetragona certezza non è di questi tempi. Le parole volano a velocità vertiginosa superando il peso a volte insostenibile dei fatti . Quanto a me, mi sto lentamente sfaldando. Anche il mio corpo si assottiglia, come una foglia, stanca di cadere in autunno. Una goccia l’uccide. Ho persino paura di pensare.

E se “lui” leggesse dentro di me?

Quando entro a carponi nel bagno lo guardo di sguincio, come un disertore che scappa sotto un filo spinato. È passata solo una settimana da quando non mi riconosco più, ma è come se fosse passato un anno. In questo momento sto strusciando sotto il lavandino, costeggiando il bidet fino al wc sul fondo.”Coraggio, ce l’hai quasi fatta!” mi dico, “mancano ancora trenta centimetri!” Quando sfioro la parete opposta emano un sospiro di sollievo: “ecco, finalmente mi posso alzare senza che lui se ne accorga…” Forse non sono stato abbastanza chiaro. Quando parlo di lui intendo lo SPECCHIO del mio bagno, uno strano oggetto ereditato da una vecchia zia d’origine veneziana.

002_specchio_740    Specchio (foto di Claudia Patuzzi)

L’INDECISO : – Ebbene, da una settimana questo specchio non combacia  più con la mia vera immagine. O, meglio “faccia”. Quella che fa tutt’uno con la mia pelle e il mio viso. Senza lifting e senza alcuna pietà. Quella che ogni giorno mi sussurra, con voce rassicurante: “Sono sempre io!”

Una settimana  fa quel sussurro si è inceppato e ha cominciato a girare a vuoto come un disco incantato: “Io tu noi…loro…” Da quel giorno  la mia faccia assomiglia a un quadro di Bacon. Una candela di cera fusa con delle rientranze buie al posto della bocca e degli occhi. Un maschera contorta…

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Francis Bacon, Volto, 1961

L’INDECISO : Ecco, adesso posso sbirciare verso lo specchio.

SPECCHIO : Te lo devo dire una volta per tutte: tu non hai un volto o, meglio, il tuo volto è vuoto.  La tua immagine visibile non rende manifesta la verità interiore. Sei incerto. Ti manca la forza del carattere. Non lo sai che  “la faccia è un un work in progress: un  ritratto che progredisce  nel tempo per diventare ricordo ?1

L’INDECISO : Carattere? Forza ? Come se fosse facile!

Cerco di uscire dal bagno, pietrificato da quelle parole.  Poi ci ripenso: lo specchio ha ragione ! Io non ho il carattere irriverente di Serge Gainsbourg, io non ho il volto diabolico di Jack Nicholson,  io non ho la presenza carismatica di Nelson Mandela, né  sono un punto di riferimento come José Saramago…

SPECCHIO : Tu sei tutto l’opposto dell’ autoritratto di Albrecht Dürer!

L’INDECISO : – Dürer ? Il grande Pittore del rinascimento tedesco?

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Albrecht Dûrer, Autoritratto con pelliccia, 1500, Monaco, Alte Pinakothek.

SPECCHIO : Proprio lui! Guarda questo autoritratto e rifletti! Ammira il suo sguardo calmo, dritto davanti a sé, cosciente del proprio ruolo. A Dürer non bastava di essere un artista “gentiluomo”, voleva anche essere un artista simile a Dio, un Salvator mundi : Dio creo`l’uomo a propria somiglianza, e così lui, in quanto artista,  ha creato se stesso a sua immagine con colori eterni…

L’INDECISO : Ma io sono solo un povero cristo! Uno che vive nel XXI secolo, che cerca di sbarcare il lunario rincorrendo parole e domande senza risposta… E poi, caro mio, non viviamo più nel Rinascimento, semmai  dopo il Sacco di Roma, il suicidio di Hitler, la crisi della democrazia e dei valori, l’invenzione della televisione e di internet, volando qua e là su “nuvole” artificiali tra primavere in ritardo…

005_zolla. 740  Albrecht Dürer, La grande zolla, 1503, acquerello,  Vienna, Alberrtina.

ALBRECHT DÜRER: Posso intromettermi? Io ho solo cercato di conoscere e di riprodurre  il mistero della creaziône dell’arte e delle leggi della Natura. Quando ho dipinto la grande zolla, ho osservato ogni cosa con una devozione quasi religiosa: gli esili fili d’erba, i fiori del dente di leone, la pampinella, l’achillea… Tremo ancora, ripensando a quell’emozione grandissima nel coglierne l’essenza, l’intimo respiro, l’armonia col tutto! Ho lavorato sulle sfumature, sulle ombre, sul terriccio smosso, il tono velato del cielo ed ecco il risultato di tanta fatica e passione.

Un momento di pausa, segnato da un profondo sospiro, poi la voce profonda di Dürer riprende  a parlare: “In un certo senso ho voluto sfidare l’eternità.., ma ci sono riuscito solo a metà: i colori del quadro resteranno sempre gli stessi, mentre la vera zolla è appassita come me, in attesa della primavera seguente, quando rinascerà un’altra zolla, ma completamente diversa da quella dipinta!”

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La “piccola zolla” (foto di Claudia Patuzzi)

L’INDECISO : – Permette, signor Dürer? Anch´io ho fotografato la mia piccola zolla. Non è  perfetta come la sua, ma sono stato attirato da quei fiori rossi e quel muro grigio con quel tubo arrugginito. Ha visto quella finestrella, sullo scorcio a destra ? Mi sono sempre chiesto chi abita là dentro. Solo un’ombra  dietro una tendina nella luce vaga di una lampada accesa… Certo è un’immagine modesta, ma,  nel suo piccolo ha anche lei una sua forza : la forza della realtà, nuda e cruda, eppure, a suo modo, per qualche accattivante décalage, “poetica”. Mio dio, che bella frase ho detto… Ho ritrovato il coraggio, il ritmo della risposta giusta: L’Anti-düring è sorto!

Hops, scusatemi, era una battuta, volevo dire l’ANTI-DÜRER , cioè io… Non avrò certo il suo genio, ma la libertà di creare qualche “cosetta” non la si può negare à nessuno…

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Friederich Engels (Barmen, Wuppertal, 1820- Londra 1895)

ALBRECHT DÜRER : L’Anti-Dühring? 2

L’INDECISO : È il soprannome di uno scritto di Engels in difesa del marxismo contro un tedesco di nome Dühring…

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Quanto a me, signor Dürer, penso che, al mondo d’oggi, la realtà vera ci sfugga. Ciò che conta è il nostro udito, i nostri occhi, le nostre mani, la nostra lingua, le corde vocali e il nostro naso con cui ascoltiamo, vediamo, tocchiamo, parliamo, assaporiamo e annusiamo …  Ma cos’è meglio ? La zolla che posso toccare o quella dipinta da un pittore ? A che servono la letteratura,  l’arte, la musica e la filosofia  se dobbiamo capire tutto troppo in fretta,  rincorrendo un tourbillon d’informazioni e ubbidendo  alla logica del mercato ?  Immaginare o farsi domande senza risposte, non serve più a niente. Oggi tutto sembra andare per conto suo…  Il processo della creazione artistica dipende ormai dalla ricezione, non da se stessa…Ed io sono diventato così come mi vedete : un Indeciso. Un artista senza qualità.3

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George Steiner

GEORGE STEINER : “Scusate se vi interrompo, signori, ma anch’io, se permettete, vorrei aggiungere una piccola osservazione: – No, l’opera non ha bisogno di nessuno.  Walter  Benjamin ha scritto che un’opera poteva dormire  cinquecento anni e trovare un lettore : il testo sarà sempre giovane.  Non si può pretendere che  sia la ricezione a crearlo.  Guardate la musica di Vivaldi, che è diventata adesso il tappeto sonoro del quotidiano.  Per lungo tempo non se ne trovava una registrazione, uno spartito!  Non è stato riesumato dall’oblio che  nel XX secolo. In realtà penso che siamo noi che  abbiamo la chance di ricevere l’opera, e non l’inverso.  Il testo è là e dice : « Io attendo, io ho tutto il tempo. ». La pazienza è dalla parte dell’opera…. Che cosa provoca nell’uomo e nella donna il clic dell’assoluto che permette di creare dei personaggi ben più vivi di noi : Fedra, Falstaff, Amleto, Berenice ? …Che cosa popola il reale della fictions ? Che cosa rende il paesaggio di un gran pittore  più piacevole alla vista ?

Quando i peronisti sono ritornati al potere in Argentina, l’ambasciatore americano ha proposto a J.L.Borges, che era bibliotecario a Buenos Aires,  di venire negli Stati Uniti e di occupare ad Harvard la grande cattedra che porta il nome del poeta Charles Eliot Norton. Borges ha sorriso come solo un cieco può sorridere e ha risposto : “Voi non comprendete,  signor ambasciatore, la tortura è la madre della metafora.” È una frase terribile,  ma è vero. Il gran poeta, lo scrittore, è l’oppositore per eccellenza. Egli oppone ciò che potrebbe essere a ciò che è. Ma in una società dove, secondo la parola del filosofo americano Richard Rorty, “anything goes”, diviene difficile al poeta di creare un contro-mondo (… )”4

L’INDECISO : E allora che possiamo fare ?

GEORGE STEINER : Porsi delle domande è l’ossigeno della vita !

Leggiamo una strofa da una poesia di Jorge Luis Borges  (VV. 27-28)

ARTE POETICA

“A volte nelle sere una faccia
ci guarda dal fondo di uno specchio :
l’arte deve essere come quello specchio
che ci rivela la nostra propria faccia.”

“A veces en als tardes una cara
Nos mira desde el fondo de un espejo :
El arte debe ser como ese espejo
Que nos revela nuestra propia cara.” 5

NOTE:

NOTA 1 : James Hilmann, “La forza della faccia” in La forza del carattere, Adelphi, 2000, pp. 210-211.

NOTE 2 : È un saggio intitolato “Signor E.Dühring“, poi conosciuto sotto il nome “Anti-Düring“,  pubblicato da Engels en 1977 e 1978, come risposta polemica a Karl Eugen Dühring (1833-21), filosofo tedesco, docente incaricato presso Università di  Berlino, che  rifiutava la dialettica di Hegel et criticava le teorie economiche di Marx. Il saggio  di Engels è uno delle esposizioni plus complete della visione marxista del mondo e della politica.

NOTA 3 : Allusione al romanzo di  Robert Musil ( Klagenfurt 1880-Ginevra, 1942): L’uomo senza qualità .

NOTA 4 : Georges Steiner (Parigi, 1929, critico e filosofo residente a Cambridge), articolo-intervista “L’ouvre n’a besoin de personne“, in  Le Monde, 11 mai 2013.

NOTA 5 : Cfr. Jorge Luis Borges, Poesie, (1923-1976), BUR, Rizzoli, 1989, vv. 27-28, pp.148-49. Si noti la singolarità metrica delle quartine  a rima incrociata identica, omologa dei simboli dello specchio, ai vv.27-28

Claudia Patuzzi

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 Albrecht Dürer, Autoritratto con guanti, Madrid, Prado.

007_Roland Searle : alpinista solitario dell’inchiostro di china (buffe storie n. 7)

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Una delle famose “lumache” disegnate da Ronald Searle, la cui metamorfosi fantastica si moltiplica in graffianti e soprendenti situazioni…

“Da un punto di vista della collocazione, la vena umoristica di Searle – alpinista solitario delle  vette dell’inchiostro di China  e, nello stesso tempo, narratore –  fa parte del grande filone classico anglosassone, con tutte le sue connotazioni di gelo, di imperturbabilità, di litote o understatement, di morbose concessioni al nero e al feroce, e, infine, di viscerale passione per il nonsense…Non manca la teoria del “TWIST” elaborata dallo scrittore americano O.Henry:  la conclusione obbligatoria del racconto con una stretta, una svolta, un rovesciamento, una sorpresa”, o, direbbero i latini, il fulmen in clausola”.  (Ronald Searle – I 108 disegni più belli e più folli del nuovo maestro dell’umorismo, Aldo Garzanti Editore, 1973)

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Il racconto di Searle (Cambridge, 3 marzo 1920 – Droguignan, 30 dicembre 2011) sottintende sempre gli antecedenti  della scena disegnata, riducendosi solo al twist finale, coagulato nel disegno. Il messaggio e i precedenti del racconto devono essere intuiti dal lettore, come un coup de foudre, e identificati.

Il suo segno è emotivamente impenetrabile e incisivo. Un distacco che contribuisce all’assurdo della vicenda e a innestare,  come una miccia, un’ inevitabile  e eclatante comicità. Il disegno “parla” direttamente al lettore, senza bisogno di parole, carico di significati impliciti grazie all’ingegnoso stratagemma del twist o effetto-sorpresa.

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In questa vignetta muta compaiono delle lettere dell’alfabeto che escono da una porta socchiusa strusciando come un serpente o delle bestiali lettere-ragno-formiche per  divorare un intellettuale sciupato e occhialuto… Che cosa significa questa invasione silenziosa di lettere che si arrampicano inesorabili sul corpo di un occhialuto e distinto signore? L’incubo della scrittura? Il carattere onnivoro e cannibale della stampa? La Babele incomprensibile delle lingue? Cosa direbbe Searle oggi della rivoluzione numerica? Quali altri simboli – arobes, liens, balises, etcetera –  utilizzerebbe sotto la frusta inesorabile e assurda del suo twist?

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In questa vignetta vediamo delle vecchie lettere stampate a caratteri differenti che cadono a terra da un grosso libro consultato in una biblioteca da un tipico signore inglese, con impermeabile e ombrello. Un’orribile bibliotecaria-zitella l’osserva innervosita. Quell’uomo sta sporcando il  suo pavimento! È evidente il contrasto tra il luogo  – una biblioteca – un luogo di concentrazione e silenzio di per sé simbolo della cultura anglosassone e l’assurda caduta (altrettanto silenziosa) delle lettere alfabetiche da un libro. L’assurdo convive à côté del quotidiano.

Il senso profondo del disegno è delegato al lettore, che si chiede: “Cosa significano le lettere cadute dal libro? Forse, se sporcano il pavimento vuol dire che sono sporche, come la spazzatura, e che non servono più a niente. La stampa dei libri  o le opere degli scrittori sono precarie, soggette anch’esse all’usura, alla vecchiaia, al dimenticatoio, come quelle lettere che cadono silenziose ai piedi del vecchio signore. Ci penserà la bibliotecaria a scopare quegli scarti

L’unica cosa certa è il “FORSE”… il disegno conserva sempre in sé, come uno scrigno magico, il suo segreto. Ogni lettore può interpretare il senso-base con innumerevoli varianti.

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In questo disegno appaiono i numeri di un calendario mangia-tempo che fuggono precipitosamente in una stanza o giacciono immobili nel cestino della carta straccia. Il senso profondo del disegno è delegato al lettore. In questo caso la sua domanda potrebbe essere la seguente: “Che cosa significa quella stanza? Forse è la stanza del divenire inesorabile del tempo…

E quei foglietti numerati nel cestino della carta straccia?  Forse simboleggiano un ammasso di numeri-defunti, di giorni mal vissuti, “buttati via”, “sprecati”, simbolo del tempo che passa e che non possiamo più trattenere né rivivere…

E il gesto dell’uomo pieno di rughe? Le sue grandi mani cercano invano di arginare la fuga del tempo. Il clic del significato sorge in qualche secondo nella nostra mente, dopo una complessa catena di deduzioni e ipotesi… Una cosa è certa: i disegni di Searle stimolano molte domande, senza dare mai sicure risposte. Il piacere del lettore consiste nel vivere la rivelazione nell’ attimo, in cui senso e non senso, logica e follia, convivono in un perfetto e brevissimo equilibrio momentaneo.

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Ecco un disegno “parlante” molto attuale, in cui il contrasto tra l’uomo terrorizzato, che mangia di nascosto dietro un albero un panino, mentre  una massa enorme di piccoli uccelli  affamati (il terzo mondo, tutti i poveri del globo?) lo fissano immobili in attesa di una mollica di pane, emerge con tutta la sua tragicità. In questo caso il significato scatta come una molla con tutta la sua forza. Il “twist” è perfettamente riuscito, in quanto del tutto invisibile.

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Ritratto del poeta latino Marziale in una incisione settecentesca.

IL twist di Roland Searle ha qualcosa di simile a quello che, in passato,  i latini chiamavano aculeus o fulmen in clausola, una sorta di “battuta finale”, arguta e imprevista,  preceduta da una parte descrittiva con la funzione di stimolare l’interesse del lettore, caratteristica delle composizioni brevi e degli epigrammi.  Un esempio famoso di tale genere sono gli epigrammi di Catullo (I sec. a.C.) e quelli del poeta Marziale (40 d.C- 104 d.C.).

Il primo poeta, vissuto nell’età di Cesare e Cicerone, appartiene a l’élite dei Poetae novi o, come diremmo oggi, “avanguardisti”: i suoi epigrammi hanno un carattere esistenziale: accompagnano la sua vita sociale e il suo instabile universo sentimentale, ricco di stati d’animo, emozioni, ma anche capricci e passioni, in aperto contrasto con la severa etica contemporanea e i generi tradizionali.

Il secondo, Marziale, è un poeta immigrato nella capitale dalla Spagna Tarraconese nel 69 d.C., costretto, per sopravvivere, a fare il cliente al servizio dei nobili. I suoi epigrammi hanno un carattere di occasione, trattando diverse tematiche, di tipo realistico-comico.

Ecco un esempio:

Petit Gemellus nuptias Maronillae
et cupit et instat et precatur et donat;
Adeone pulchra est? Immo foedius nil est.
Quid ergo in illa petitur et placet? Tussit.
(Marziale, Epigrammi, X, libro I)

Gemello aspira alle nozze con Maronilla
e smania e insiste e implora e fa regali;
Adeone è cosi`bella? Anzi, non ce n’è di più brutte.
Ma che cosa le piace  e desidera in lei? La tosse.
(EPIGRAMMA I/n.10)

È evidente che “Gemello” spera nella morte per tisi per la sua futura sposa, allo scopo di carpirne l’eredità. Quello di sposare ricche vedove o di concludere matrimoni d’interesse era un modo per fare soldi assai diffuso a Roma.

Il fulmen in clausola è generato dal contrasto tra i verbi iniziali – aspira, smania, insiste, implora, fa regali– e la bruttezza della donna, causando  il ribaltamento tra la normale logica DESIDERIO-BELLEZZA = AMORE  in :  DESIDERIO-BRUTTEZZA-TOSSE= MORTE-RICCHEZZA-EREDITÀ.

CLAUDIA PATUZZI

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Ronald Searle in compagnia della sua lumaca. (foto di Eamön McCabe)

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