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Disegno a china di Claudia Patuzzi

La stanza da letto è immersa nella penombra domenicale. Il momento sacro in cui il sonno non ha rivali. L’attimo eterno in cui i sogni perdurano sulla retina come una rete impalpabile e dove il corpo non ha peso. L’istante in cui la morte apparente scompare e lo sguardo vaga nel vuoto in un interregno tra sogno e realtà. Per quanto tempo? Nessuno è in grado di determinarlo con certezza. Può durare un solo istante, dieci secondi o addirittura diversi minuti… Per questo esistono le favole. Per salvarci da quell’interregno vagabondo, intriso di vita e di morte. Per donarci un pizzico di vana eternità con lo zucchero a velo d’un lieto fine. Da qualche parte una voce lontana canticchia un motivetto, mentre il ronzio di una mosca dilata lo spazio invisibile.

« È domenica, sto ancora dormendo » mi sono detta. Delle strisce di luce, sfuggite ai drappeggi della tenda, si riflettono sulla parete di fronte in un variegato gioco di ombre : un grande schermo in cui il nero, il grigio e il bianco disegnano uno strano bosco, simile a una giungla o un labirinto senza uscita. Cosa sto guardando? La storia della mia vita in formato cinemascope? Un sussurrio quasi umano, seguito da un fruscio impalpabile, fa tremare l’aria ferma della stanza, modulando delle strane parole : « …ci mettemmo per un bosco che da neun sentiero era segnato. Non fronda verde, ma di color fosco ; non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti ; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco… »[1]

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Disegno a china di Claudia patuzzi

« Io sentia d’ogni parte trarre guai/ e non vedea persona ch’il facesse ; per ch’io tutto smarrito m’arrestai… »[2] mi sussurra una voce dalla parete di fronte. Se osservo lo schermo con attenzione riesco a intravedere, tra un groviglio inestricabile, due rami spogli, contorti e nodosi,  che si protendono nel vuoto come un braccio e una mano in cerca di aiuto. Più in basso, sulla destra, appena percebile dentro un intrico confuso di foglie e di spine,  scopro un volto disincarnato…No, non è il viso di un uomo, ma di un essere dendriforme… un uomo-albero ! Un albero con degli occhi, un naso, una bocca, ma soffocato da spine, rovi, stecchi e contorto da un dolore indicibile. Un strano filo  gli scivola dalle labbra verso il bordo dello schermo…

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Disegno a china di Claudia Patuzzi

« Perché mi scerpi ? Non hai tu spirto di pietade alcuni ? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. »[4]

 In questo momento l’immagine dello schermo si è notevolmente ingrandita. Ora posso osservare il percorso di quel  « filo » misterioso ! Si sta dirigendo verso un uomo di nobile aspetto, che ascolta la storia dell’uomo-albero con profonda commozione. Le loro labbra  sono incatenate da quel flusso verbale silenzioso che li accomuna in unico destino insieme alle gocce rosse di sangue che cadono ritmicamente , una a una…. Mi guardo intorno. Un vociare di ragazzini  rimbomba nella corte. L’aria della stanza sembra tremare, smossa da un soffio triste. Un soffio simile a un alfabeto. Un filo di parole. Una storia vissuta. Un lien indissolubile. Ho un brivido. Adesso ricordo! Sto assistendo a un dialogo tra spiriti eletti, tra due vittime unite da uno stesso tragico destino e da un’ingiusta condanna : l’esilio perpetuo per Dante Alighieri, la prigione e il suicidio per Pier delle Vigne[3]. Dante Alighieri (l’uomo ben vestito e di nobile aspetto) tiene tra le mani un rametto violentemente strappato dal tronco dell’uomo-albero. Un fiotto di sangue fuoriesce dal ramo reciso, mentre lo sfondo bianco dello schermo diviene sempre più rosso. Il rosso acceso del sangue umano…

« Come d’un stizzo verde ch’arso sia da l’un de’ capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì della scheggia rotta usciva insieme  parole e sangue… »[5]

Com’è rosso e vivo, quel sangue mescolato alle parole ! E l’arte ? La scrittura ? Non sono anche loro dei corpi viventi come i nostri ? Direi di più : la scrittura è pensiero-sensazione-realtà in perenne metamorfosi, il lien più potente della terra, capace di abbattere i confini tra sogno e realtà, realtà e tempo… creando parole cariche di sangue, di profumo, nostalgia, odori, suoni, ingiustizie…

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Disegno a china di Claudia Patuzzi

Sto seduta sul letto davanti a un cinemascope americano a colori inciso con meticolosa esattezza dal genio cerebrale di un Kubrick. Sono a due passi dall’inferno, ma i due protagonisti non si accorgono di me. Continuano a  guardarsi negli occhi ab aeterno, bloccati per sempre in quella tragica scena segnata da un semplice filo d’inchiostro. Forse mi basterebbe un passo, solo un passo per raggiungerli…

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Quando mi sono risvegliata sul letto, avevo questo rametto chiuso tra le mani. Forse, non è stato un sogno o forse sono entrata in un’altra storia, in un altro mondo sempre più globalizzato : quella di Polidoro, di Dafne o, più semplicemente, quella di uno di noi…

Claudia Patuzzi


[1] Dante Alighieri, Divina commedia, Inferno, Canto XIII, 7° cerchio, vv.4-6. Siamo nel  2° girone, quello dei suicidi, trasformati in alberi che parlano e si lamentano.Dante incontra Pier delle Vigne nella foresta dei suicidi, trasformati in alberi che parlano e gemono.

[2] Ibidem, vv. 22-24.

[3] « Ministro dell’imperatore Federico II di Svevia, celebre gurista et poeta, fu famoso per la sua eloquenza retorica. Accusato di tradimento, condannato alla prigione, accecato,  si suicidò, secondo alcuni (e secondo Dante stesso), pur essendo innocente dei suoi crimini.

[4] Ibidem, vv. 35-37.

[5] Ibidem, v.40-44 .

Claudia Patuzzi